La fotografia è “altro”

Sezione Principale - Fotografie e Passioni

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Enrico-To53
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Mi piace l’atmosfera che regna ora in questo Forum, dove si possono aprire o semplicemente seguire pacate discussioni nelle quali ognuno può raccontare di sé a proprio modo.
Dopo questo preambolo, vorrei raccontare le mie idee in proposito e come sono nate: innanzitutto devo dire che per quasi sei anni sono stato delegato regionale FIAF in Piemonte (mi ci sono trovato quasi senza sapere cosa fosse la FIAF e proprio per questo per alcuni del direttivo nazionale ero “la persona giusta” per rimescolare cose stantie), uno dei miei ”doveri” era di visitare i circoli e capire necessità, idee, proposte, ma soprattutto mentalità; l’idea che avevo della fotografia e del livello a cui bisogna considerarla, è via via mutata.
Ora penso che l’errore che molti cosiddetti “fotoamatori evoluti” compiono sia quello di aspettarsi che tutti aspirino a “raggiungere la meta” (anche se… molti dei suddetti personaggi nella loro boria pensano di essere arrivati mentre non sono che scolaretti che ripetono a memoria i dogmi degli anni “50). Ogni fotoamatore inteso come appassionato (amante) di fotografia ha il diritto di scegliere il livello che più lo diverte, proprio perché da un hobby è questo che bisogna ricavare, il piacere personale, e se questo è procurato da semplici scatti (di qualsiasi genere: ritratto, paesaggio, natura o altro che sia) ben venga; senza preoccuparsi di passare notti a studiare o macerarsi nella necessità di assurgere a chissà quali vette.
Attenzione, questo NON vuol dire che chi sente ardere in sé il fuoco sacro debba invece accontentarsi di livelli che non gli appartengono, ma semplicemente è necessario che egli stesso comprenda, anzi, difenda, chi è pago del proprio divertimento anche terra-terra.
Insomma: aspiriamo ad emulare Smith, Bresson, Adams (aggiungete chi vi pare), benissimo! Ci attende un lungo e duro percorso; ci piace considerare la fotografia solo puro piacere del clic senza complicarci la vita nel cercare qualità superiori? Benissimo nuovamente!
Ultima considerazione (scusate, poi mi tacerò) che lascio a voi trattare, è infine, se qualche autocritica la dobbiamo mettere in conto, nel momento in cui i nostri scatti decidiamo di condividerli, non col parentado
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Grazie Enrico, sono d'accordo con tutto quanto scrivi, che contiene un po' tutte le sfaccettature di una modalità espressiva che non ha regole, non ha confini, non ha dogmi.
Io penso che sia semplicemente comunicazione. Di ciò che vedo, di come lo vedo, dei soggetti con i quali interagisco. E poi ci sono gli spettatori.

Mario Zacchi, qui, qualche anno fa sentenziò "E' il pubblico che ti crea artista, nel senso che ti riconosce".
Questa comunicazione cambia sotto gli impulsi della spinta creativa degli autori, delle caratteristiche dei mezzi, della cultura prevalente, della sensibilità e del livello di conoscenza di chi osserva, fruisce, o compra.

Ciascuno di noi fa quello che più gli piace, nel modo che più desidera e mettendosi in relazione con gli spettatori che vuole e come può. Ma la ricerca del "pubblico" è intensa, almeno in una parte della popolazione fotografante, non si spiegherebbe altrimenti la crescente partecipazione a corsi, concorsi, letture, festival.

È chiaro che diventare "trendsetter" non è proprio per tutti.

A me piace guardare fotografie e soprattutto lavori coerenti e chiari. E faccio molta fatica per trovare qualcosa che veramente mi attragga. Qualcosa trovo, ma nascosto da un rumore di fondo fortissimo. Spesso anche presentato, come dicevo, in "cornici" attraenti, ma che ad uno scrutinio appena un po' più approfondito mostrano chiaramente i limiti di ciò che incorniciano.

Ci chiedi,
Enrico-To53 ha scritto: dom apr 18, 2021 11:51 am se qualche autocritica la dobbiamo mettere in conto, nel momento in cui i nostri scatti decidiamo di condividerli, non col parentado
posso rispondere solo per me stesso: ascolto le critiche, cerco di capire da cosa vengono e quali schemi di riferimento utilizzano. Non discuto mai, nemmeno quando è chiaro che la critica viene da una concezione unilaterale e da riferimenti che non mi interessano. Ma sono arrivato alla conclusione che non si progredisce discutendo, ma studiando e concependo. E cercando di uscire dalle zone di conforto, che possono essere di ogni tipo.
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Stampare le fotografie: anche si.

Pensavo alla visualizzazione delle fotografie: in questa era della rete normalmente via schermo. Il citato Marco Pinna, editor del National Geographic Italia, indicava nell'intervista come la visualizzazione su schermo abbia profondamente cambiato le caratteristiche strutturali, formali e di contenuto che rendono una fotografia "attraente".

È anche vero che l'osservazione di una fotografia stampata è tutt'altra esperienza: intanto ci si può muovere rispetto ad essa. Guardarla da lontano o avvicinare il naso fino a pochi centimetri, assumere posizioni laterali o frontali, guardarla dal basso. Si dice che una fotografia rende se è grande, ma non è detto. Ricordo di aver visto una mostra di Berengo Gardin al Palazzo delle Esposizioni a Roma qualche anno fa e me la sono goduta proprio grazie a questa mobilità.

Poi si sa, c'è la pigrizia ed è più facile collegarsi alla rete.
Enrico-To53
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posso risponderti raccontando il mio pensiero: per me la stampa è talmente importante che spesso definisco "fotografia" solo la stampa mentre è "immagine" quella virtuale sui monitor.
naturalmente mille grazie ad internet, perché solo in questo modo si possono comunque conoscere migliaia di autori altrimenti irraggiungibili ( o raggiungibili solo con molta difficoltà), ma una stampa di qualsiasi dimensione (plausibile, detesto le gigantografie "ruffiane") è tutt'altra cosa.
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Il libri di fotografia

Mi piacciono i libri di fotografia. Mi piacciono i libri in generale, ma i libri di fotografia sono una categoria a se: normalmente non si possono leggere a letto, pesano troppo. Nonostante questo, rispetto ai libri che usano le parole, quelli di fotografie li uso in maniera diversa: sono in genere ben curati, la scelta delle immagini è fatta con accortezza, serie, sequenze e racconti ben realizzati. Poi li puoi scorrere velocemente, senza pensare troppo, correndo tra le pagine. Ci puoi tornare sopra e, se la parola scritta tendenzialmente è ripetibile e ribadisce i concetti, un libro di fotografie mi sa trasmettere sensazioni sempre nuove, le fotografie le posso guardare con ritmi diversi e da angolazioni diverse, con intensità diversa.
Le fotografie non sono parole e le parole non sono fotografie. Donano sensazioni diverse.
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Con il tempo e tornando a sfogliarli cambia anche il mio modo di vedere i singoli autori. Per esempio Mario Giacomelli, verso il quale non mi sentivo particolarmente attratto. Leggendo altro ho scoperto sensazioni nuove guardando il volume di Alistair Crawford. Ho ampiamente studiato il lavoro di Henri Cartier-Bresson e di William Eggleston ed ho ricordato quanto a sproposito citassi il primo 15 anni fa.

Gli ultimi ingressi della mia biblioteca sono stati Roma, di Bernard Plossu e Teheran Echoes, di Pietro Masturzo, due opere molto diverse tra loro: la prima con la documentazione della vita della capitale dagli anni 80 ai giorni nostri. Un sereno e casuale flusso unificato da una patina formale che caratterizza il passare del tempo. Plossu è Plossu ed è anche un flaneur che coglie variegati aspetti della "città eterna".

Del libro di Pietro Masturzo mi aveva colpito l'immagine della terrazza di Teheran che è in copertina e che molti di noi hanno visto. Dopo averlo sfogliato la prima volta ho pensato "ma sono tutte uguali". Successivamente mi sono dedicato innanzitutto all'introduzione di Carlo Maddalena, a Teheran con Masturzo, che spiega il contesto del reportage. E poi alle fotografie, dense e poi molto più varie di quanto non emergesse a prima vista.
Enrico-To53
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i libri fotografici... attrazione fatale!
ne subisco quasi una sorta di dipendenza, a Torino (prima della pandemia e spero a breve nel ritorno) c'è una manifestazione che si chiama "portici di carta" e si tratta di qualche chilometro (appunto sotto i portici) di bancarelle di riviste e libri usati e nuovi. Da tempo ci vado ripromettendomi di guardare ma non comprare più nulla...non ci riesco mai! :-(
a proposito di Giacomelli, anche a me non diceva molto, parecchio tempo fa, ora davanti a qualcuna delle sue foto provo una profonda emozione; si cambia, e per fortuna se lasciamo aperta la porta della voglia di maturazione, alla fine si acquisisce una migliore visione
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mauro ruscelli
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I libri fotografici sono mutevoli a volte li abbiamo tra le mani troppo presto e non siamo in grado di comprenderli, a volte sono delle vere merde
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Si Mauro, è vero. Probabilmente cambiano i nostri occhi ed il nostro cervello.

C'è un vantaggio, con i libri fotografici: non è difficile "assaggiare" il corpus di un autore prima di comprare il libro. C'è la possibilità di evitare di comprare un libro solo per la "fama" del suo autore (anche se credo possa accadere, e pure frequentemente). Penso che tutti i libri, o quasi, siano professionalmente editati ed abbiano una grafica studiata accuratamente.

Poi ho visto operazioni puramente commerciali, con tutti gli elementi al loro posto, grandi operazioni "integrate". Ogni cosa al suo posto, tranne le fotografie.
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mauro ruscelli
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Io rischio spesso anche con autori poco noti o con opere particolari puoi rimanere ammirato o enormemente deluso, e non puoi saperlo prima. In particolare su alcuni libri in cui il libro stesso i materiali usati le soluzioni diventano parte dell’immagine
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mauro ruscelli ha scritto: mar giu 01, 2021 8:29 am Io rischio spesso anche con autori poco noti o con opere particolari ...
Ho scovato moltissimi piccoli editori, italiani, inglesi, che pubblicano interessanti fotografi o anche nullità. Formati molto diversi, libri, fanzine, piccole riviste. Allo stato attuale praticamente tutti hanno una presenza in rete, che sia un sito web o un account su una social platform.

Guardare, esplorare, oltre la "zona di conforto". Trovo che sia un approccio molto fertile per creare fotograficamente. Questo, per me, significa riconoscere il pregio dei grandi del passato ma anche abbandonarli a favore di fotografi meno noti, ma che dimostrano di saper guardare avanti.

E soprattutto imparare a riconoscere i "trucchetti" che molti fotografi usano per alimentare la propria claque. E a riconoscere quelli che sono veramente comunicatori innovativi ed efficaci.
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mauro ruscelli
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Assolutamente si, e’ quello che penso anche io. Il discorso secondo me si può fare complesso. L’enorme presenza di immagini in rete pone delle riflessioni, ovvio che nel libro segui il percorso visto dall’autore ma non basta più, il confine si fa troppo labile. In questo piccolo case editrici fanno un enorme lavoro portando il libro fotografico ad un altro livello, non più solo visione di immagini allineate e patinate come una pagina Instagram ma una esperienza sensoriale a diversi livelli cambi di carta formati trasparenze, enfatizzando il linguaggio fotografico stampato ad un livello che internet non può dare. Ora questa manipolazione da valore a immagini che non ne hanno? E’ una forzatura? Ancora non lo so con precisione ma credo che questo impegno e lavoro sia importante. Come Robert frank che stampa il catalogo della mostra su carta di giornale, ribaltando quello che molto appassionato cercano il dettaglio e la definizione dando forza al messaggio che l’immagine e’ superiore al mezzo di stampa. Anche le fanzine di Jacopo Benassi autoprodotte in tiratura limitata sono potenti e non hanno nulla a che fare con la classica stampa Bari tata ma sono più fotocopie che altro. E’ un discorso ampio che parte dalla fotografia per andare i territori nuovi, magari senza futuro ma che al momento mi coinvolgono molto.
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mauro ruscelli
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Mi piacerebbe a questo punto anche avere alcuni tuoi suggerimenti o consigli sulle cose che hai ritenuto più interessanti in questo ambito.
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Il panorama è molto vasto.

Chris Dorley Brown che è qui, pubblicato qui (purtroppo esaurito). Non è giovane ma propone un suo linguaggio che mi piace molto.
Ci sono proposte di varia qualità anche qui, in particolare questa autrice Samantha Brown. Non l'ho ancora preso - soffro della stessa sindrome di Enrico - ma mi attrae molto.
MI piace molto Valentina Tamborra, che ho recensito qui. Veramente bravissima, un progetto completo.

I canali per conoscere sono moltissimi: personalmente sono un fan di Sergio Ramazzotti, di cui guardo i reportage ma ho anche letto tutta la produzione saggistica, a partire da "Vado verso il Capo", "Liberi di morire", "Ground Zero Ebola", per finire con "Su questa pietra", qui le fotografie di questa straziante esperienza che si è aperta e chiusa in tre giorni. Parallelozero è l'agenzia che Ramazzotti ha co-fondato. Trovo che sia un "libro di testo" come ce ne sono pochi per vedere la tecnica di reportage, per chi è interessante (per me lo è).

Non ho un approccio sistematico, incrocio lavori spesso per caso. Non ho molta familiarità con i canali delle fanzine, a parte quello citato. Conosco Benassi ma non le sue fanzine.

Se mi capita, guardo, cerco "punture".

Molto dipende dallo stile e dalle modalità espressive preferite. Ho poca propensione per fotografie "misteriose" che risolvono la creazione del mistero semplicemente con una sfocatura o una ripresa mossa.
Come dice Grazia Neri, citando e parafrasando un critico d'arte: "in una fotografia uno vede quel che sa".

E non è che una minima parte, ci torneremo sopra.

Molto dipende da cosa ci stimola. Da questo punto di vista non mi interessa più "la fotografia" e men che meno la "tecnica della fotografia". Mi interessano i contenuti della fotografia e conoscere come usarla per dire qualcosa, usando prevalentemente la "pancia" e certo non un approccio analitico.

Anche considerando che nella "pancia" c'è tutto quello che so e che ho sperimentato.

Mi sembra un'impresa titanica, soprattutto considerando la mia vita in questo momento, e non so se riuscirò mai a portarla da qualche parte.

Ma devo dire che intravedo qualche schiarita rispetto a 15 anni fa quando domandavo quasi ossessivamente "cosa fa una buona fotografia".
Enrico-To53
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mauro ruscelli ha scritto: lun mag 31, 2021 5:58 pm I libri fotografici sono mutevoli "a volte li abbiamo tra le mani troppo presto e non siamo in grado di comprenderli", a volte sono delle vere merde
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com'è vero!
parecchi anni fa avevo ereditato New York di Klein, edizione stampata in Francia. Non mi piaceva (semplicemente non lo capivo, come dici tu giustamente) e l'ho venduto in quattro e quattr'otto.
devo aggiungere però che... quasi all'inizio dell'era Euro (quindi circa 18 anni or sono) mi aveva fruttato 380 euro, che in quel momento facevano comodo; nonostante questo, ora lo rimpiango
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